Confraternita dei Battuti di Terzo (AL)

Autoreferenze          












 
L’oratorio di Sant’Antonio abate

 L’edificio che da secoli è connesso all’attività dei Battuti di Terzo è l’oratorio di S. Antonio; fin dagli inizi intimamente legato al nucleo fortificato originario dell’insediamento di Terzo,  esso diede il nome ad una delle contrade più antiche del paese e la sua importanza sociale è confermata dal fatto che già nel Cinquecento nell’oratorio si riuniva talvolta il consiglio comunale (la casa del comune sorse in effetti successivamente proprio nei pressi della cappella).

La dedicazione e la localizzazione dell’oratorio suggeriscono un’origine medievale, ma le prime attestazioni sono del XVI secolo: è probabile che l’edificio venisse profondamente ristrutturato in questo secolo, forse in relazione alla presa di possesso del feudo terzese da parte degli Avellani, che già avevano nelle vicinanze le loro case: in effetti, la relazione della Visita apostolica del 1577 non cita la nostra chiesetta, forse al momento non agibile per i lavori ancora da completare, e presenta come oratorio dei Disciplinanti la cappella di San Sebastiano, situata ai margini dell’insediamento; altri documenti ci attestano comunque che la cappella si trovava nel sito attuale certamente intorno alla metà del Cinquecento.

La successiva visita di mons. Montiglio nel 1585 ci descrive l’oratorio ormai pienamente funzionale, anche se necessita di qualche piccolo “accomodamento” e mancherà dell’“ancona”, ovvero immagine sacra, della pietra “sacrata” dell’altare e del “sollaro” almeno fino al 1636.

Furono poi le solite soldataglie di passaggio anche a Terzo, probabilmente gli Spagnoli nel 1646, a stimolare i confratelli ad una ristrutturazione del loro oratorio, spogliando del tutto l’altare, distruggendo i libri della Confraternita e bruciando la porta.

Nella seconda metà del Seicento la piccola chiesa si presenta nelle Visite pastorali assai “ben tenuta” e vi si può lucrare l’indulgenza in occasione della festa di Sant’Antonio, della commemorazione dei Defunti e di altre celebrazioni.

Nel 1677 il Visitatore dichiara che è “assai ben provvista”: 4 candelieri di ottone, una croce di legno dorato, 2 angeli in rilievo; possiede finalmente anche un buon reddito: una “filagna” (cioè un filare di viti) in località Belvie (anche detta Belvedere).

Saranno ancora una volta gli eventi bellici ad imporra radicali trasformazioni: nel 1691 gli “Alemanni” del Principe Eugenio di Savia incendiano la chiesa e sarà necessario ricostruirla dalle fondamenta.

L’affetto dei Terzesi per il loro oratorio si manifesta nella rapidità con cui l’impresa di riedificazione viene condotta a termine: nel 1694 ne viene decisa la ricostruzione sul sito precedente, ma, attraverso l’acquisto di un sedime vicino, è possibile innalzare un edificio più grande preceduto da una piazzetta.

Nei cinque anni successivi i lavori proseguono, intrecciandosi con la più generale ristrutturazione del nucleo dell’antico castrum ad opera dei conti Avellani, che vi fanno innalzare il loro nuovo e vasto palazzo, inglobandovi la torre medievale e quasi tutti i sedimi delle precedenti costruzioni.

E’ quasi sicuro che lavorino all’oratorio le stesse maestranze che hanno operato nel Palazzo Avellani e nella loggia della torre  (le fonti citano  l’esperto mastro Baldi tra coloro che edificano l’oratorio).

Alla fine del Seicento la nuova chiesa, che è sostanzialmente quella attuale, si presenta quindi “di grandezza ragionevole”, con una volta ormai completata sul “sancta sanctorum”, provvisto di tutti i requisiti e solennemente benedetto.

Per tutto il secolo successivo l’oratorio è l’unica chiesa terzese che non necessita di significativi interventi di restauro.

Ciò si deve al senso di responsabilità ed ai sacrifici dei membri della Confraternita dei Battuti, che nel 1720, “per molte spese fatte” si trova “totalmente estenuata di capitale”, tanto che lo stesso cappellano Ludovico Domino ne è impietosito e si offre di svolgere gratuitamente il suo servizio per tutto l’anno.

Questo costante impegno dei confratelli spiega perché l’oratorio si presenti sempre come chiesa “assai bella” e dotata di un altare “alla romana” molto ben ornato, su cui viene collocato prima del 1752 un quadro con la Vergine Maria in gloria, S. Giusppe e S. Antonio. Gli unici difetti sono la presenza di banchi nel sancta sanctorum (in seguito tolti) e la mancanza di una campana (si deve ricorrere a quella della parrocchiale): ma anche a questo viene posto rimedio, poiché alla fine del Settecento i confratelli possono essere chiamati a raccolta dalla campana (anche se piccola) dell’oratorio, per partecipare disciplinatamente alle funzioni, celebrate dal proprio cappellano (nel 1758 è Don Baldizzone).

Alla fine del Seicento l’oratorio è provvisto anche di una sacrestia, che ha però il difetto di essere molto umida: ciò provoca danni preoccupanti e quindi il Vescovo Bronzo decide che è necessario ricorrere ai consigli di un perito, ai quali la comunità terzese dovrà attenersi.

Per il resto S. Antonio porta bene i suoi anni: a parte la predella un po’ sbrecciata, la finestra cenza vetri, il quadro della Vergine che si è distaccato dalla parete, la portina del tabernacolo rotta ed il crocifisso tanto tarlato da essere “interdetto”, si presenta con apparati “assai buoni” e le visite successive continueranno a giudicarlo “in buono stato e mediocremente provvisto”.

Giudizio generoso, ma evidentemente situazioni ben più disastrose dovevano essere affrontate dai Visitatori in quel periodo.

Per tutto il Settecento e fino ai primi decenni del nostro secolo nell’antico oratorio ferverà l’intensa ed attiva pietà laicale dei Disciplinanti.

Già agli inizi del XVIII secolo al culto di S. Antonio abate vi viene affiancato quello più recente (relativamente!) di S. Antonio da Padova (la cui statua sarà collocata, insieme a quella del suo omonimo egiziano, sulla parete dietro all’altare, in nicchie riparate da “porticelle a vetri”, alcuni dei quali nel 1788 mancano e devono essere ricollocati): anche il “giovane” S.Antonio avrà la sua festa solennemente celebrata.

Altra innovazione è il culto della Madonna Addolorata, segnalata, come Madonna dei Sette Dolori, fin dagli inizi del Settecento; la devozione verso la Vergine Addolorata ebbe un rinnovato sviluppo con l’iscrizione della festa nel calendario romano nel 1814, definitivamente fissata al 15 settembre nel 1913: questo forse spiega perché proprio in quegli anni la chiesa venisse talvolta detta “dell’Addolorata”.

                                                                                                   Angelo Arata