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Sorte alla fine
del Quattrocento le confraternite sono associazioni
spontanee di persone per lo più laiche che si uniscono, sotto la
guida
di regole precise, per condurre in comune la loro vita religiosa.
Sebbene fossero fondate per preparare all’esistenza ultraterrena,
furono coinvolte nelle attività sociali, politiche e culturali
delle
comunità svolgendo un ruolo d’estrema importanza, spesso
sottovalutato
dagli storici: organizzavano scuole domenicali e
funerali, gestivano
ospedali e orfanotrofi, patrocinavano le arti e la musica, davano asilo
e perseguitavano gli eretici, fornivano doti e accompagnavano al
patibolo i condannati, alternando la cura materiale del corpo
all’interesse, certamente preminente, per l’anima.
Generalmente le
varie confraternite, a seconda del tipo e degli scopi statutari,
vengono divise dagli storici in Laudesi,
Disciplinanti, confraternite eucaristiche e le confraternite legate alle corporazioni delle arti,
che si svilupparono soprattutto nel nord Italia e a Venezia in
particolare.
La storia delle Confraternite in Europa
affonda le sue radici nell’Alto
Medioevo, in Francia,
ove si trovano testimonianze risalenti al VII-VIII
secolo, mentre nel nostro Paese arrivarono soltanto dopo
l’anno Mille. Durante gli anni buii del Medioevo,
ricchi di eresie,
sette più o meno segrete, crociate ed inquisizioni, la cultura
rimase
per secoli confinata nei monasteri e soggetta ad una accurata censura e
gli scambi culturali vennero ridotti al minimo. In questo periodo,
tuttavia, i conventi e le curie videro fiorire una cristianità
nuova,
foriera di una nuova componente spirituale, ben più elevata dei
fasti
bizantini. Tra le cause di questa svolta è possibile annoverare
la
diffusione, soprattutto negli ambienti cittadini, dei vari movimenti
pauperistici, che chiedevano con forza un ritorno alla Chiesa degli
antichi valori evangelici, lontana dalle ricchezze e dal potere che
molti esponenti del Clero avevano raggiunto: in questo contesto
Valdesi[1], Catari[2] e Apostolici[3], guidati da figure carismatiche,
seppero trovare vasto consenso nelle genti del tempo.
Non tutti i nuovi movimenti
d’ispirazione pauperistica sfociarono
nell’eresia[4], anche se il loro dialogo con le istituzioni
ecclesiastiche fu spesso interrotto da drammatici momenti di
conflittualità. Significativo, da questo punto di vista, fu il
caso di san Francesco d’Assisi
e di san Domenico di Guzmàn,
che agli inizi del secolo XIII fondarono
dei nuovi ordini votati alla povertà e
alla predicazione. Dopo una prima
fase caratterizzata dal sospetto, gli
ordini dei «minori» e dei «predicatori » furono
riconosciuti legittimi,
e, anzi, iniziarono a svolgere un’opera preziosissima nel
contenimento
e nella repressione dei movimenti religiosi più radicali; la
regola
francescana e domenicana superarono in gran pare l’antica regola
benedettina dell’ora et labora, disponendo che fosse compito dei
frati
stare in mezzo alla gente a predicare il Vangelo. In contemporanea alla
nascita di questi nuovi ordini monastici, si svilupparono anche
movimenti laici che giravano di città in città per
predicare la
penitenza e la conversione[5]. Questi erano chiamati, a seconda dei
casi, Flagellanti, Disciplinati
[6], Battuti, per il loro uso
di
privarsi delle vesti e di flagellarsi nelle pubbliche vie per
dimostrare che ci si doveva mortificare per espiare i peccati e
raggiungere la salvezza in una adesione senza riserve alla Passione di
Cristo in tutti i suoi aspetti più concreti e reali.
Un nuovo impulso allo sviluppo delle
Confraternite venne dal Giubileo
del 1400, indetto da Bonifacio IX;
il cosiddetto movimento laicale dei Bianchi,
uomini e donne in cappa bianca,
con il volto incappucciato,
provenienti dalla Provenza, attraversò la nostra
penisola diretto a
Roma in pellegrinaggio[7]. Gli annali dell’epoca dedicano ampio
spazio
al passaggio dei Bianchi e registrano la guarigione di uno zoppo, la
liberazione di una schiava o il caso del bambino che dopo tre ore in
cui giaceva come morto ritornò alla vita. Quando i movimento
itineranti
si esaurirono, sorsero numerose compagnie o confraternite di
disciplinati, che contribuirono non poco alla pacificazione degli animi
ed al rinnovamento della vita cristiana. I laici associati permisero
alla Chiesa di essere presente in tutti gli ambienti, costituendo un
vero e proprio tessuto connettivo di fronte al quale l'eresia non aveva
la possibilità di attecchire.
Con il passare del tempo, i
disciplinanti diventano più moderati nei
comportamenti e nel vestire e le
Confraternite cominciano ad essere
intitolate ai Santi legati alle città con cui si
intrattenevano
rapporti economici. Infatti, spesso, i confratelli appartenevano ad una
stessa classe sociale o svolgevano lo stesso mestiere; per questo le
Confraternite cominciano ad assumere il ruolo di "Arti"
che forniscono
un appoggio sociale.
Nell’Alto Medioevo si evidenzia
la differenza tra il fenomeno confraternale
in area urbana dove si constata la presenza di numerosi
organismi, e in area rurale, dove la confraternita di norma è
una sola
ed è chiamata a svolgere anche funzioni di solidarietà
sociale oltre
che di veicolo di partecipazione alla vita devozionale e sacramentale
sotto la guida del clero diocesano che spesso ne aveva determinato la
nascita. In ambito cittadino le confraternite tendono a differenziarsi
sia per quanto riguarda ceti sociali ai quali ognuna si rivolge sia per
le forme e le modalità della devozione che per le varie
manifestazioni
di assistenza ai malati, ai moribondi, di onoranze ai morti.
Se all'inizio cercarono l'appoggio e la
protezione della Chiesa, con il XV secolo
le Confraternite cercano di affrancarsi rivendicando una loro
autonomia; nel corso di un secolo infatti esse acquistano un peso
consistente all’interno delle comunità, assumendo la gestione delle
attività assistenziali e dilatando via via le loro
prerogative, sino a
trasformarsi in veri e propri centri di potere svincolati dalla
giurisdizione ecclesiastica. Divenute economicamente
autosufficienti,
le confraternite più ricche[8] costruirono anche sedi proprie, gli Oratori
e, ben presto alle Confraternite titolari si aggregano
nello
stesso Oratorio altri gruppi innescando un processo che porterà
alla
costituzione delle cosiddette Casacce[9]
che assunsero spesso il nome
del santo a cui era dedicata la Confraternita o del luogo in cui essa
era ubicata[10].
Alle varie attività le
confraternita facevano fronte con le quote dei
loro membri, con offerte di privati, con lasciti loro pervenuti, con il
reddito di beni immobili di proprietà. Per facilitare, poi, il
matrimonio di fanciulle povere, elargivano somme di denaro, dette
"doti", attingendo al reddito di particolari lasciti a tale
fine. La
scomparsa fisica dei confratelli per le varie epidemie o morti
naturali, grazie ad un enorme numero di lasciti testamentari, genera
inoltre per le confraternite l’accumulo di una ingente massa di
ricchezze patrimoniali.
In una organica connessione con
la conformazione stessa di un legame
associativo, la solidarietà espressa nelle confraternite aveva
compreso
al suo interno una doppia valenza: la prima legata alle concrete
necessità dell’esistenza umana, l’altra del
legame che stringeva nello
stesso tempo i vivi e i morti. Negli statuti non mancano mai
disposizioni relative all’assistenza ai moribondi, alla sepoltura
e
alle esequie per i morti, al suffragio per i defunti.
Fin dai primi secoli le Confraternite
ebbero infatti come scopi
principali l’edificazione religiosa dei
vivi e la preghiera dei morti.
Questo rispondeva al desiderio diffuso nel popolo di sentirsi
accompagnato al giudizio dopo la morte dal conforto di una vita vissuta
cristianamente e dalla preghiera dei propri cari. Vennero quindi
istituite successivamente manifestazioni religiose come processioni o
periodi di preghiera, in occasione di ricorrenze quali il giorno
dedicato al Santo Patrono o ad altri eventi significativi, per la vita
della comunità cristiana.
Parallelamente a queste funzioni
prettamente spirituali, le
Confraternite rivestirono anche un importante ruolo sociale,
intervenendo in questioni più terrene ed immanenti. In questo
ambito fu
particolarmente importante la loro funzione di “società
di mutuo
soccorso” ante litteram. Il moltiplicarsi delle
intitolazioni delle
confraternite al Suffragio, agli Agonizzanti,
alle Anime del Purgatorio
dà il conto di una centralità cultuale che ha ormai un
profilo predominante, se non addirittura esclusivo, nella
religiosità, spesso
barocca, del Seicento. Oltre ai numerosi esempi attestanti il crescente
specializzarsi della devozione funeraria, la maggiore evidenza del
comune denominatore è data dalla accurata disposizione di
simboli
mortuari in tutte le sedi associative. Saranno le disposizioni
francesi, relative alle sepolture all’esterno dei centri abitati,
confermate o riprese nella legislazione degli stati italiani, a
favorire una modifica profonda e radicale di questo aspetto della pietà
popolare. Ogniqualvolta nella famiglia di un confratello si
verificava
un decesso o una malattia particolarmente grave, gli altri confratelli
si incaricavano di portare avanti il lavoro anche per chi non ne aveva
più la possibilità. In questo caso tutti quelli che ne
avevano la
facoltà, mettevano a disposizione degli altri parte del proprio
tempo e
lavoro, che impiegavano, nelle campagne a curare gli animali e a
mantenere i campi in buone condizioni, finché il proprietario
non fosse
stato nuovamente in grado di portare avanti da solo il suo lavoro. In
questo modo, anche se in una famiglia veniva improvvisamente a mancare
“l’uomo”, la vedova veniva aiutata finché i
figli non fossero
abbastanza cresciuti per sostentarsi da soli.
La Confraternita aveva inoltre
un’altra importante funzione sociale:
occuparsi della sepoltura dei morti[11].
Oggi questa può sembrare cosa
di poco conto, essendo uso comune essere assistiti dalle strutture
pubbliche e da un certo numero di aziende private
nell’adempimento di
questo pietoso ufficio, ma queste organizzazioni sono nate solo in
tempi relativamente recenti. Il problema era di notevole importanza
ogni volta che si verificava una epidemia o una carestia: allora era
veramente necessaria una organizzazione che si facesse carico di questo
lavoro, poiché in tali tristi occasioni, che si sono ripetute
abbastanza di frequente negli ultimi secoli, il numero di decessi
diventava troppo grande per poter essere gestito dalle singole famigli.
Nelle campagne questo ufficio assumeva una valenza ancora maggiore, per
la presenza di cascine isolate, lontane dalla Chiesa ove doveva essere
celebrato l’ufficio funebre. Non esisteva ancora nessun servizio
pubblico che provvedesse alla sepoltura dei cadaveri; il triste compito
era assolto in genere dalle confraternite o dai familiari del defunto.
Per coloro che non appartenevano ad alcun sodalizio e per le famiglie a
cui la miseria non permetteva il trasporto della salma, provvedeva la
pubblica carità non organizzata; qualche volonteroso raccoglieva
le
offerte dai passanti e, raggiunta una somma sufficiente, incaricava due
facchini di portare il cadavere, steso su di una tavola, al cimitero
per la sepoltura.
L’uso del cappuccio,
che successivamente avrebbe assunto la funzione di mantenere la segretezza nelle riunioni e
nelle processioni, è
sicuramente stato introdotto in origine come protezione
dalle malattie.
A tale scopo vennero anche utilizzati cappucci muniti di un filtro a
forma di becco, che, nell’intenzione di chi lo portava, doveva
servire
a minimizzare il rischio di contagio. Se la vita religiosa, liturgica e
cultuale si esprime in questo periodo in prevalenza attraverso le
confraternite, profonde differenze intercorrono tra i centri urbani e i
piccoli agglomerati sparsi nel territorio. In questi ultimi,
l’intera
popolazione di solito fa capo ad un’unica confraternita, in
titolata
spesso al Santissimo Sacramento e
localizzata nella chiesa principale,
cui si aggiunge una confraternita mariana
nella versione legata a!la recita del Rosario,
polarizzando in questo modo una ripartizione
maschile, che rivendica a sé la gestione dei beni ecclesiastici,
e
dall’altro canto offre uno sbocco istituzionale alla
religiosità
femminile. Infatti, la natura prevalentemente maschile di questo tipo
di associazionismo non è tuttavia esclusiva; a volte era permesso
l’accesso alle donne, alle quali però erano vietate le cariche
istituzionali. Successivamente questa specie di divieto
decade e
vengono a costituirsi anche confraternite di
sole donne. Questo risulta
essere molto importante perché veniva offerta loro la
possibilità di
aggregazione sociale e di partecipazione al di fuori dei confini della
famiglia: per le donne nel Cinquecento questa era una
opportunità
rarissima.
Non appena la rilevanza urbana di un
centro abitato lo consente, il
panorama delle confraternite si articola in un quadro più
complesso, in
cui i vari segmenti di popolazione si raccolgono in un ventaglio che
abbraccia sia le confraternite di mestiere,
sia le confraternite frutto
di missioni dei predicatori che vengono effettuate nel
contado.
Di altra natura e con carattere quasi
esclusivamente devozionale erano
le Confraternite del Carmine,
fondate dai frati Carmelitani,Eremitani
di Sant’Agostino quelle
della cintura, promosse dagli , quelle del Rosario,
diffuse dai Domenicani, in
particolare quelle del Santissimo
Sacramento[12] che, già presenti nel ‘400, ebbero particolare
incremento dopo che Paolo III le arricchì di particolari
privilegi e
indulgenze.
Con l’applicazione delle norme
del Concilio di Trento (1545-1563)
ed il
mutato atteggiamento nei confronti della cultura penitenziale, i
contenuto più spirituale della flagellazione veniva esaurendosi
e si
apriva un vuoto devozionale. I pubblici flagellamenti, ormai
circoscritti ai riti della Settimana Santa, andarono scemando sino ad
esaurirsi quasi intorno alla fine
dell’Ottocento. I nuovi concetti
religiosi, introdotti dall’apostolato
post tridentino[13] furono la
catechesi, o insegnamento della dottrina cristiana e il suffragio per
le anime del purgatorio. La XXII sessione del Concilio
riaffermò la
dipendenza delle Confraternite dai vescovi per quanto attiene alla
parte spirituale e ribadì lo Jus
Visitando Hospitalia dell’autorità
diocesana; ordinò che la consegna del rendiconto dagli ufficiali
vecchi
ai nuovi avvenisse alla presenza del parroco evitò certe
manifestazioni
considerate fonti di possibili deviazioni e dissipazioni quali i pranzi
sociali negli oratori e le rappresentazioni teatrali all’interno
di
essi. Molto spazio venne dedicato alle processioni, dettando norme per
la partecipazione, resa obbligatoria per tutte quelle indette
dall’autorità diocesana.
Con la metà
del Quattrocento le confraternite avvertono gli influssi
delle nuove correnti spirituali all’interno del mondo cattolico
e, come
attestano le riforme degli statuti di quel periodo, appaiono più
impegnate nel campo dell’educazione
e della formazione religiosa e
dell’assistenza ai bisognosi.
I primi progetti di riforma disciplinare
e religiosa della metà del Cinquecento non fanno esplicito
riferimento
alle confraternite se non per richiamare la necessità che esse
rientrino sotto il controllo dei parroci e dei vescovi così da
offrire
il loro contributo al progettato rilancio della religiosità
nell’ottica
di Roma. Dopo il Concilio di Trento saranno numerosi i vescovi che
sollecitano la creazione della Confraternita
della Dottrina cristiana
per arginare la diffusione delle dottrine protestanti e di quella del Santissimo Sacramento per allargare la
devozione eucaristica: così, tra
la fine del Cinquecento e i primi del Seicento, vediamo sorgere
confraternite di questo tipo in tutte le parrocchie più
importanti.
Quasi nello stesso periodo si avvia un
processo più deciso di
disciplina dei modelli della devozione e della pratica assistenziale
delle confraternite attraverso la creazione a Roma delle arciconfraterntite, organismi dotati di ampi privilegi e di numerose
indulgenze: ad esse saranno sollecitate ad aggregarsi tutte le
confraternite presenti nelle diocesi e la conseguenza sarà che
sempre
più spesso si andrà imponendo localmente il modello di
vita devozionale
mutuato da Roma. La sua caratteristica specifica consiste, in sostanza,
nell’essere dotata di ampi privilegi e di numerose indulgenze da
parte
dei pontefici e di poterle trasferire ad altre analoghe associazioni
devote, grazie al meccanismo dell’aggregazione.
Clemente VIII (1592-1605)
dispose che per ottenere l’aggregazione si presentassero
gli statuti e una lettera del vescovo attestante l’erezione
canonica;
venne stabilito inoltre che non potesse aggregarsi alla stessa
Arciconfraternita più di una Confraternita per luogo. L’aggregazione
delle confraternite italiane, alle omologhe arciconfraternite romane,
ha una viva impennata con l’assimilazione
nella intitolazione stessa,
nell’adeguamento delle norme statutarie
e, persino, negli specifici orientamenti
devozionali. Loro massima aspirazione era l'aggregazione a
qualche arciconfraternita di Roma, perché i loro membri
potessero
lucrare le numerose indulgenze concesse da vari pontefici. Ulteriore
indizio di una trasformazione dei referenti per la pietà
religiosa dei
laici nel Seicento è il graduale affiancarsi al cumulo dei
privilegi
indulgenziali del ben più corposo accumulo di reliquie di
ogni genere,
di cui ci è lasciata traccia negli inventari delle confraternite
-
Nel corso del
XVI secolo, anche in seguito alla vittoria della lega
Santa nella battaglia di Lepanto contro i turchi (1571),
associata,
secondo Pio V all’intercessione della Vergine, si
diffusero le Confraternite Mariane.
La devozione mariana tocca punte altissime
proprio in questo secolo, infatti, la figura di questa donna, investita
di funzioni celesti, suscita l’emotività più larga
della gente. Entra,
con grado quasi pari, nel cerchio divino della Trinità, e vi
rappresenta il polo complementare a quello dì Cristo,
permettendo alla
sensibilità del devoto di riversare le sue effusioni su un piano
immediato per la sua accessibile umanità. Nell’universo
delle
confraternite si riflettono gli influssi delle nuove correnti
spirituali atti ve nella vita religiosa, a cominciare dalla modificazione della pietà eucaristica
e ancora di più dalla innovazione
della recita del Rosario, destinata a modificare a tutti i
livelli la
fisionomia della pietà mariana. La recita del Rosario, non
più in formi
individuale, costituisce senza dubbio l’unica devozione comune
che la
Controriforma abbia elaborato a livello di pietà popolare,
favorita
dalla tradizione legata all’intercessione della Vergine per la
vittoria
della flotta cristiana nella battaglia di Lepanto contro i Turchi nel
1571. 1 domenicani sono tra i
maggiori sostenitori di questa pratica
devozionale che raggiunge una diffusione di massa tanto da arrivare
alla costituzione di vere e proprie confraternite
del Rosario. Inoltre,
in questi decenni si rievoca la passione di Cristo in maniera del tutto
realistica ed in forma quasi teatrale.
Nei secoli XVI
e XVII,
affievolitosi lo spirito dei flagellanti, le
confraternite accentuano lo spirito più
prettamente liturgico e, con il
passare del tempo acquistano anche una certa autonomia
economica, ed a
volte anche una certa prosperità attraverso lasciti e donazioni
e
restano profondamente radicate nel territorio o nel quartiere, ecco
allora nascere rivalità, antagonismi e campanilismi; questa competitività
si esprime anche con i crocifissi
processionali, sempre
più grandi e maestosi, soprattutto in
Liguria e nelle diocesi
limitrofe, ed in certi momenti le Autorità componenti
cercano di
mettere freno a certi sfarzi. Una particolare usanza ligure merita a
questo proposito una segnalazione: quella di portare
l’immagine di
Cristo rivolta all’indietro. Sembra che questo risalga
ad un privilegio
concesso ai genovesi come premio al valore dimostrato nella
liberazione
del Santo Sepolcro. La storia
racconta che i Genovesi entrarono per
primi in Gerusalemme, guidati dal loro comandante Guglielmo
Embriaco
“Testa di Maglio”; pare infatti che i crociati di Genova portassero in
battaglia il crocifisso rivolto all’indietro, in modo che gli
infedeli
non potessero vederne il volto. Un’altra
versione,invece, racconta che
il privilegio di portare il Cristo rivolto verso il portatore risalga
alla battaglia di Lepanto. I genovesi, guidati dal Doria,
che
combattevano con il Cristo innalzato come
vessillo, vedendo avanzare i
Turchi, voltarono dalla propria parte l’immagine di Cristo,
per
attingere coraggio ed ottenere la di Lui benedizione e
perché i Turchi
non erano degni di guardarlo. In memoria di questo fatto, il Papa
concesse ai Genovesi che nelle processioni
tenessero l’immagine del
Cristo voltata verso colui che lo portava. La tradizione,
come spesso
accade, tuttavia si ricollegava con la praticità; infatti i
pesanti e
maestosi crocifissi, risultavano impossibili da portare, per evidenti
problemi di equilibrio, rivolti in avanti e quindi il privilegio
genovese venne utilizzato anche da altre confraternite non genovesi.
Durante i primi anni del 600 proseguì il tentativo
dell’autorità
vescovile di tenere sotto controllo le Confraternite e non poche di
esse acconsentirono alla revisione dei loro
statuti[14]. Con la bolla Quaecumque
di Clemente VIII del 7 dicembre 1604 si escludeva
l’iniziativa laica delle nuove aggregazioni. Accanto a questo
primo
fattore significativo di disciplina e di controllo sulla vita delle
confraternite, per tutto il Seicento non se ne aggiungeranno altri. La
proliferazione di confraternite mariane
e di altre dalle titolazioni e
finalità più diverse appare anzi come il segno più
sicuro della
inefficace presenza dell’ordinamento parrocchiale ai fini di una
più
generalizzata attuazione della riforma tridentina. Alla fine del
secolo XVIII le Confraternite trovarono tuttavia come avversari i
principi riformatori del tempo e ne fu inceppata
l’attività di
beneficenza, usurpandone il patrimonio a vantaggio dello stato.
Con il Settecento
quel progetto di instaurazione di un organico e
disciplinato ordinamento basato sulla centralità della
parrocchia
comincia a diventare realtà, traendo il massimo profitto da un
progressivo indebolimento delle confraternite che ha tra le sue cause l’ingresso sempre più significativo
dei poteri pubblici nel campo
dell’assistenza e dell’istruzione,
l’erosione delle proprietà che
assicuravano alle confraternite rendite consistenti, l’attenuarsi
dell’impulso associativo per fini devozionali. Quando la
struttura
parrocchiale è ormai dominante e l’organizzazione
pastorale della
chiesa e l’attuazione del Concilio di Trento può giungere
fino
all’estrema periferia, sarà il turbine della politica
riformatrice
degli stati e poi l’esperienza rivoluzionaria e l’egemonia
francese
sull’Europa nel primo decennio
dell’Ottocento a mutare radicalmente
anche il volto e le funzioni delle confraternite che, quando troveranno
le forze per rinascere nell’età della Restaurazione,
saranno
istituzioni totalmente subordinate alla parrocchia, con compiti
limitati in ambito devozionale e con un seguito tra la popolazione dei
fedeli sempre meno significativo. I provvedimenti dei primi governi
rivoluzionari, come quello della rinata Repubblica Romana del 18
giugno
1798 che soppresse tutte le confraternite
destinandone i beni
all’amministrazione ospedaliera, non fecero altro che estendere
l’area
di applicazione nel restituire i beni delle confraternite a favore
della società civile, Il decreto napoleonico del 26 maggio 1807 non
estese la normativa repressiva in maniera uniforme per tutto il
territorio italiano, ma lasciò sussistere solo
le confraternite del
Santissimo Sacramento assoggettandole in ogni caso ad uno
stretto
controllo da parte dei parroci. Si rendeva definitivo in questo modo un
accentramento della dinamica delle istituzioni ecclesiastiche
sottoposte alle parrocchie, come era negli intenti del riformismo
religioso del Settecento. Questa politica ecclesiastica non venne
peraltro contraddetta negli stati italiani durante la Restaurazione. Solo
al centro della penisola, nel cuore dello Stato Pontificio, i
provvedimenti napoleonici assunsero il carattere di una perturbazione
limitata nel tempo, cui seguì una rapida e pressoché
integrale
ricostituzione di confraternite, anche in virtù di una nuova
ondata di
missioni popolari che ne percorse le campagne a spazzare via ogni
minima traccia del passaggio degli eserciti francesi. Per quanto
concerne lo Stato Italiano, uno dei primi atti legislativi[15] fu la legge del 3 agosto 1862 n° 753,; che
distinse le Confraternite aventi
scopo esclusivo o prevalente di culto da quelle aventi scopo esclusivo
o prevalente di beneficenza; queste ultime vennero
assoggettate alla
tutela dell’autorità governativa analogamente alle opere
pie.
Se la legge del 15
agosto 1867 n° 3848, sulla soppressione degli enti
ecclesiastici, esentò le Confraternite in quanto considerate
enti
laicali, la successiva[16] legge 17 luglio
1890 n° 6972 dispose la
trasformazione delle Confraternite aventi scopo esclusivo di culto in
enti di beneficenza e ne confiscò i beni produttivi di
reddito,
lasciando loro soltanto quelli improduttivi come chiese ed oratori.
Il Regio
Decreto n° 1276 del 28 giugno 1934 conferiva poi
la Personalità Giuridica
alle Confraternite, sancita poi sulla Gazzetta
Ufficiale del Regno d’Italia n° 187 del 10 agosto 1934.
Enrico Ivaldi
[1] I Valdesi, nati intorno alla figura di Pietro Valdo
di Lione tra
XII e XIII secolo, che predicavano la povertà, il rifiuto del
potere e
la non violenza e che furono definiti eretici per aver disobbedito al
divieto di esercitare la libera predicazione. Questo movimento
sopravvisse alle persecuzioni confluendo nella Riforma protestante del
XVI secolo.
[2] I Catari, cioè "i puri",
sviluppatisi verso la fine del XII sec.
nel sud della Francia, che vivevano nel rifiuto totale
dell’autorità
del clero, non accettavano alcun sacramento e contestavano molti
elementi basilari della dottrina cattolica. Nel 1208 fu condotta contro
di loro una crociata che terminò con il massacro di molti
eretici,
denominati Albigesi dalla cittadina di Albi, il cuore
dell’eresia, e
provocò l’estinzione del movimento, che aveva fatto
proseliti anche
nella zona del lago di Garda.
[3] Gli Apostolici, riuniti intorno
alla predicazione di Gerardo
Segalelli prima, e, dopo la sua morte sul rogo, di Frà Dolcino,
diffusi
nel Parmense, in Trentino e in Piemonte; rifacendosi al profetismo
millenaristico di Gioachino da Fiore e alla predicazione
pauperistica
di francescana memoria, proponevano una società di eguali libera
da
gerarchie ecclesiastiche. Furono sconfitti definitivamente dalla
crociata promossa contro di loro da papa Clemente V che si concluse con
la battaglia del Monte Rubello presso Trivero
[4] Il termine eresia deriva dal greco
“airesis”, che significa
"scelta" in contrapposizione con la "ortodoxa", cioè
l’interpretazione
ufficiale della parola di Dio elaborata dai Padri della Chiesa.
Fiorisce, in età medievale, tra la metà del XII sec. e il
XIII secolo
ed ha carattere di massa, spesso urbano, nella forma dei movimenti
pauperistici, impostati sulla pratica e la predicazione del principio
di povertà.
[5] L'associazionismo laicale fu una
esigenza che i cristiani sentirono
fin da subito, per realizzare la fratellanza e l'amore di Cristo
secondo il principio evangelico "se due o tre si riuniscono per
invocare il mio nome io sono in mezzo a loro" (Mt.XVIII,20).
[6] Nel 1260, l'eremìta Raniero
Fasani da San Sepolcro (Perugia), diede
inizio al movimento dei disciplinati (o disciplinanti). Questi
penitenti itineranti predicavano la mortificazione del corpo mediante
l' autoflagellazione e si battevano con una "disciplina" e cioè
con un
mazzo di cordicelle (generalmente cinque, in ricordo delle piaghe di
Cristo) munite di nodi o di palline di legno. A tale scopo, il saio o
sacco indossato dai penitenti, era munito, sulle spalle o sul dorso, di
apposita apertura o finestrella.
[7] S. Macchiavello, Sintomi di
crisi e annunci di riforma
(1321-1520), in Il cammino della Chiesa genovese, a cura di D. Punchu,
Arcidiocesi di Genova, Genova 1999.
[8] Esistevano anche confraternite che
assumevano un prete per i
singoli servizi, quando ne avevano bisogno, lo pagavano praticamente a
cottimo, e non lo accettavano come membro.
[9] Due sono le teorie sull'origine del
termine "Casacce": una secondo
la quale i confratelli si radunavano in baracche di legno che il popolo
denominava appunto grosse case o casasse (V. Patrone Crevari e la sua
storia 1988), l'altra per cui deriverebbe da " far casaccia ",
cioè
accomunarsi sotto il casato o la "Casata" del Santo Protettore.
[10] Soltanto successivamente il
termine casaccia assunse il significato di Processione.
[11] In questo contesto nascevano
quindi le cosiddette “Confraternite
della Morte”, addette alla pietosa pratica del trasporto dei
defunti e
alle preghiere per le loro anime. Nei libri
dell’Arciconfraternita di
S. Maria dell’Orazione e Morte di Roma si narra che:
“nell’anno del
signore 1538 alcuni devoti cristiani, vedendo che molti poveri, li
quali o per la loro povertà, overo per la lontananza del luogo
dove
morivano, il più delle volte non erano sepolti in luogo sacro,
overo
restavano senza sepoltura, e forse cibo di animali, mossi da zelo di
carità e pietà instituirono in Roma una compagnia sotto
il titolo della
Morte, la quale per particolare instituto facesse quest’ opera di
misericordia ". Il titolo dell’Orazione venne spesso aggiunto in
seguito perché oltre a seppellire i cadaveri, vi era l’uso
di pregare
per la loro anima e di esporre il Sacramento sotto forma di
Quarant’ore
ogni terza Domenica del mese.
[12] Queste Confraternite
promuovevano la frequenza alla Messa e alla
comunione con la pratica di accompagnare il Santissimo Sacramento nelle
processioni teoforiche.
[13] L. Alfonso, Casacce e
Confraternite tra Senato e Chiesa
[14] già ad uno degli animatori
del Concilio di Trento, San Carlo
Borromeo, si deve un primo tentativo di uniformare gli statuti delle
Confraternite
[15] E. A. Bagnasco, La Confraternita
di Nostra Signora del Gonfalone in Voltaggio, in proprio, Gavi (AL) 1995
[16] legge Crispi
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Colori dei paramenti
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Il colore della cappa non sono
casuali né arbitrariamente cambiabili o abbandonabili,
perché servono ad indicare e permettono di riconoscere un certo
tipo di Confraternita
la cappa e il "tabarro"
sono alcuni tra i segni e la manifestazione dell'appartenenza ad una
Confraternita e della partecipazione alla sua azione.
L'abito
esteriore deve essere segno dell'abito interiore, morale, dei
Confratelli.
Il bianco le prime cappe furono di colore
nero, solo dopo il 1399,
quando discesero dalla Provenza i penitenti in processione per
raggiungere Roma, attraversando Piemonte e Liguria, si diffuse il colore bianco , così furono e
sono confezionate le cappe della maggior parte delle Confraternite, a
cominciare dall'Arciconfraternita-Madre del Gonfalone, la cui struttura
sarà poi adottata da tutte le altre Confraternite sorte in
seguito.
N.B.: su questo abito sono quindi stati inseriti o aggiunti diversi
altri elementi (es. classico: la mantellina). Spesso si
é salvaguardato, però, almeno un richiamo al colore
originario
(ad es. si adottano cappe di colore diverso, le quali presentano
tuttavia colletto, risvolti o fodera bianchi, per ricordare le
origini); oppure, per contro, per non toccare del tutto
l'originario abito bianco, su di esso sono inseriti solo dei
piccoli, semplici annessi colorati (ad es. nastri o fregi);
il
grigio ricorda
la tela grezza, di simile colore, dell'umile saio dei primi Frati
dell'Ordine Francescano: l'uso di una cappa simile indica le
Confraternite (ed i legami tra esse e tale Ordine) sorte al seguito dei
"Fratelli e Sorelle della Penitenza" nati dall'esperienza di San
Francesco;
il
rosso
é il colore caratteristico della Confraternita della
Trinità dei Pellegrini, fondata da San Filippo Neri, ed indica
l'effusione dello Spirito Santo ed il fuoco della carità che
deve infiammare il cuore di chi é iscritto a questa associazione
nell'esercitarne lo scopo: la glorificazione della Trinità
attraverso l'azione di liberazione del prossimo dalle emarginazioni e
dalle schiavitù. Non poteva essere scelto colore migliore, visto
che il rosso simboleggia la divinità;
il
marrone ed il giallognolo
richiamano rispettivamente la tonaca o il mantello dei religiosi
dell'Ordine Carmelitano (i cui primi eremiti, e non solo essi,
adottavano vesti di tinta affine, tessute con peli d'animale) e indica
una Confraternita della Madonna del Carmine; ma questo colore
(indipendentemente dall'Ordine religioso di aggregazione) potrebbe
anche semplicemente indicare Confraternite nate dal Movimento
Penitenziale medievale, i cui primi membri, come si é detto,
vestivano rudi tuniche di tela di sacco;
l'azzurro é
il colore mariano per eccellenza: é il colore del cielo,
prefigura la Gloria Eterna (per cui simbolicamente indica la
divinità) in cui é già stata assunta la Madonna.
Esso fu assegnato alle Confraternite del Rosario dai Padri Domenicani,
i quali ne zelarono l'erezione un po' ovunque, tanto che la fondazione
di queste Confraternite, assieme a quelle consimili del Santissimo
Sacramento, era auspicata in ogni Parrocchia; questo colore (usato sia
per la cappa che per la mantellina) indica comunque una Confraternita
mariana (o anche una Confraternita del Santissimo Sacramento legata ai
Domenicani, mentre quelle legate alla Basilica del Laterano sulla cappa
bianca portano invece la mantellina di colore rosso, e chi, ad es., ha
una doppia aggregazione, potrebbe avere cappa azzurra e mantellina
rossa);
il
verde
é innanzitutto il colore dell'Arciconfraternita di San Rocco e,
di conseguenza, delle sue aggregate; esso riprende il colore delle
vesti con cui questo santo pellegrino viene effigiato nell'iconografia
tradizionale e invita alla speranza durante il pellegrinaggio terreno,
prefigurazione di quello verso l'Eternità: il verde simboleggia
la stagione della rifioritura, del ritorno della vita, e quindi
l'umanità;
il
nero, le prime cappe furono di colore
nero,
il colore simbolico della terra, da cui ha principio la vita, alla
quale torna con la morte, é adottato, per questi motivi, dalle
Confraternite della Buona Morte ("buona" nel senso cristiano del
termine, sia innanzitutto dal punto di vista di una adeguata
preparazione ed assistenza spirituale, che da quello del provvedere ai
servizi necessari ai diversi atti e situazioni che accompagnano
quest'ultimo momento della vita): in senso lato il nero é stato
quindi inteso come indicatore di lutto, ma non é questo il suo
significato originario o comunque principale;
Thanks to : Gian Paolo Vigo

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Il servizio doveva essere prestato con la massima umiltà,
nello spirito
evangelico “Non sappia la tua
sinistra ciò che fa la
tua destra” e per questo i confratelli indossavano
tutti lo stesso abito che consisteva in un
lungo saio o sacco generalmente bianco ed ebbe in
un primo momento l’apertura sulle spalle per l’uso della
frusta e un cappuccio che copriva
totalmente il viso. Dalla
cintura pendeva la frusta, ricordata
adesso dal
fiocco del cingolo.
Il cingolo con sette
nodi
era in memoria del Prezioso Sangue
che Gesù
perse nella Circoncisione, nell’Orto, nella Flagellazione alla
colonna,
nell’incoronazione di spine, nelle ferite delle mani, in quelle
dei piedi,
nell’apertura del costato.
L’abito
doveva essere portato in processione, nell’accompagnare i
fratelli defunti alla
sepoltura, quando si faceva la Disciplina,
nel ricevere l’Eucarestia, ed in
fine con esso erano portati alla sepoltura i
Confratelli. Tutte le
volte che era portato l’abito doveva essere portata anche la Disciplina.
Ciò
è molto interessante perché ci descrive come doveva
essere vestito il semplice
confratello, se per cappe di parata si intende il tabarrino
questo era riservato solo ai portatori del
crocifisso
mentre gli altri avevano una tunica di tela
grezza,
se, invece, si intendono le cappe di velluto,
ornate
con ricami in oro, tipiche di quell’epoca, si capisce che la Disciplina si addiceva al solo abito penitenziale.
Le
vesti processionali rappresentano senz’altro l’aspetto
più originale e
spettacolare del patrimonio tessile delle Confraternite genovesi. La
veste
completa consiste in una lunga cappa fornita
di cintura
e cappuccio a punta e di un corto mantello detto “tabarrino”
che copre le spalle. Il tabarrino, una via di
mezzo tra il mantello tipico dei cavalieri e il tabarro vero e proprio era un segno di distinzione per coloro che
non
potevano accedere alla nobiltà ma che comunque erano parte di
un’associazione
privilegiata. Le cappe originarie
dei disciplinanti erano di tela grezza
e sacco, lunghe fino ai piedi e con
un largo foro sulla
schiena per lasciar libera la pelle da flagellare durante la
processione
penitenziale. Un cappuccio triangolare (la “boffa”) con
punta e due fori per gli occhi copriva la testa.
Questo tipo di cappa, fatta con tela più fine, e senza il foro
sulla schiena si
conservò invariata lungo i secoli fino ai giorni nostri.
Sui tabarrini
dei superiori normalmente
è cucita l’impronta
che consiste in una placca in lamina
d’argento battuto
sulla quale è effigiato uno dei santi protettori della
Confraternita. Alcune di
esse sono vere e proprie opere d’arte. Il colore della tela di
sacco o
marrone-grigio fu adottato dalle prime confraternite penitenziali e da
quelle
della Misericordia.
In
quanto alle cappe di colore bisogna sapere che allora vi era la
consuetudine di
sfoggiarne di tantissime tinte.
La
cappa rossa
fu voluta da S. Filippo Neri
(1515-1595) per la fondazione in Roma della confraternita della SS. Trinità dei Pellegrini che aveva
come scopo la ricezione e l’aiuto ai
pellegrini che confluivano a
Roma per l’Anno Santo. E’ anche tipica d’alcune
confraternite dedicate a santi
martiri come Andrea apostolo o
penitenti come S. Maria Maddalena,
oltre che dei Cinturati
agostiniani, delle compagnie della Dottrina
Cristiana e di devozione gesuitica.
La Cappa azzurra
fu assegnata
dall’ordine Domenicano alle confraternite
del
Rosario su consiglio del card. Stefano
Durazzo,
arcivescovo di Genova (1635-1664). E’ legata anche al culto di S. Giacomo maggiore e S.
Antonio abate.
La
cappa nera
è propria delle confraternite di
Morte e Orazione,
fondate a Roma nel 1538,
il cui scopo è essenzialmente il suffragio.
Indossano la cappa dello
stesso colore le confraternite intitolate alla
Madonna
Addolorata, quella delle Anime del
Purgatorio,
del SS. Crocifisso e dello Spirito Santo oltre a quelle di devozione
agostiniana
e francescana.
La
cappa cerulea
è portata in devozione della Madonna sotto il titolo del Carmelo e deriva dal colore del saio
dei Carmelitani (attualmente di
color marrone), secondo la regola primitiva dettata nel 1209 da S. Alberto,
Patriarca di Gerusalemme.
La
cappa bianca con
croce rosso-azzurra sul petto è quella dei Trinitari, ovvero di
coloro che un
tempo collaboravano, con l’ordine religioso omonimo, alla
liberazione degli
schiavi. Quella bianca, semplice, se è abbinata al tabarrino
nero è caratteristica della devozione
allo Spirito Santo, mentre con il tabarrino
rosso alla devozione del SS. Crocifisso.
Quella gialla
è usata dai gruppi che si occupano di trasportare le casse e i
gonfaloni o
dalle confraternite delle Anime del
Purgatorio
(con tabarrini scuri).
Thanks
to : Luciano
Venzano
Nota : Le immagini si
riferiscono a Confraternite della Diocesi
di Acqui Terme .
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