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Confraternita dei Battuti di Terzo (AL)
Autoreferenze
CENNI STORICI
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![]() Tuttavia fra questi gruppi, quello che anche a Terzo si segnala per la maggior vitalità e per la più ampia diffusione è quello dei Disciplinanti, o meglio dei Disciplinati o Disciplini, secondo la denominazione più antica. Le compagnie di Battuti o Flagellanti si erano particolarmente sviluppate in Piemonte e Liguria in rapporto al propagarsi della peste, che aveva portato alla diffusione di pratiche espiatorie come le flagellazioni, che avevano la funzione di placare la collera divina. Questa origine rimane testimoniata anche a Terzo dalla veste bianca dei Disciplinanti (“Bianchi”, dal colore del loro saio, furono infatti detti i flagellanti che ebbero diffusione nella seconda metà del Trecento). Dalla loro comparsa (probabilmente nel XV secolo, anche se vengono citati per la prima volta nel 1577 e frequentemente dal decennio successivo) fino alla fine del XVI secolo essi erano indicati nei documenti terzesi con i termini latini di “vapulatori” o “verberatori”, cioè, letteralmente, “coloro che si battono” e “coloro che si flagellano”, utilizzando una sorta di frusta composta da strisce di cuoio, rami o, più tardi, stoffa. I Disciplinanti si impegnavano però anche nella carità verso i fratelli, preparavano (e si preparavano) alla buona morte e suffragavano i defunti, dedicandosi con impegno alle preghiere che dovevano riscattare le anime dal Purgatorio, così come altre confraternite si occupavano di riscattare i Cristiani resi schiavi dai Turchi. Furono dunque gli aspetti legati alla morte che divennero predominanti nella pratica della Confraternita in epoca moderna e contemporanea. A Terzo i compiti dei Confratelli venivano così efficacemente riassunti ancora nel 1927: promuovere il culto religioso nella Parrocchia; coadiuvare il Parroco nelle sue funzioni; prendere parte in “divisa” alle processioni; accompagnare i defunti al cimitero; recitare o cantare il Santo Ufficio tutte le domeniche e le feste. Tuttavia, come era accaduto per molte altre confraternite, i Battuti finirono per essere associati in particolar modo ad una soltanto delle sette opere di misericordia: seppellire i morti. Intesa inizialmente come azione caritatevole rivolta a quei poveri che non potevano permettersi le spese del funerale e le preghiere di suffragio, la presenza dei Battuti ai funerali venne col tempo estesa a tutti: i Confratelli godevano naturalmente di un particolare trattamento di favore, gratuito; tutti gli altri dovevano versare una modica ricompensa, per secoli versata in natura (grano o farina). Nel 1785 le tradizioni seguite dalla Confraternita si possono così riassumere: se muore qualcuno nelle cascine al di fuori del paese, i confratelli (se il morto appartiene alla Compagnia) vanno alla casa del defunto e lo portano nel luogo destinato alla “posa” fuori del paese, dove poi si reca il Parroco per accompagnarlo fino alla chiesa. Se non è iscritto alla Compagnia, gli eredi sono tenuti a portarlo ai luoghi soliti, in particolare veniamo a sapere che “s’usa poi in questo Paese qualora muore qualche benestante di distribuirsi dagli Eredi un pane di una libra circa a tutti i confratelli che l’accompagnano e la distribuzione di questo pane si fa nella casa del morto nell’atto che distendesi Alla tradizione di distribuire pani e focacce fa cenno Don Talice nel 1699, informandoci che presso l’oratorio di Disciplinanti di S. Antonio “dura l’uso di far le fugazze”: a queste focacce, abbondantemente condite con sale e pepe, si rideriscono anno dopo anno i conti della Confraternita, attenti a segnalare il costo di questi carissimi ingredienti fra le uscite. Altri pesanti e regolari esborsi erano poi rappresentati dalle spese per le varie necessità della Confraternita (pagare il cappellano, comprare i bastoni di legno scolpito per le processioni, dotare l’oratorio di banchi nuovi, ecc.), dalle contribuzioni più o meno volontarie a particolari impegni finanziari della Parrocchia (costruire una chiesa nuova od altri edifici) e da versamenti relativi alla più ampia comunità cristiana: colpisce, a questo proposito, che i Battuti terzesi inviassero elemosine alle famiglie convertite alla fede cattolica dall’Ebraismo e, soprattutto, dal Calvinismo (nel 1715 furono ben cinque le famiglie protestanti beneficiate). Tradizionalmente la chiesa in cui si ritrovavano i Disciplinati era quella di S. Antonio, cosicché essa fu anche conosciuta come oratorio dei Disciplinanti e Anche a Terzo Benché sottoposta all’autorità ed all’attenta tutela del Parroco, Aggregata alla Arciconfraternita del Suffragio eretta nella chiesa romana di S. Biagio, anche La disciplina dei Confratelli sfuggiva però talvolta al controllo ecclesiale; in alcuni periodi storici essa risentiva della generale crisi dei valori e del clima di diffusa insicurezza: così accedeva nel 1677, quando il Vescovo dovette constatare che i Confratelli non indossavano la prevista cappa o “sacco”, non partecipavano agli uffici religiosi prescritti e non volevano obbedire al priore. In quel caso l’intervento fu assai energico: coloro che avessero persistito nel loro atteggiamento ribelle e trascurato e fossero mancati per tre volte agli Uffici, sarebbero stati “cancellati dalla Confraternita o privati dei privilegi” che godevano i Confratelli e gli altri membri della Confraternita non sarebbero andati “ad accompagnare i loro cadaveri doppo la morte almen senza la solita elemosina”. Altri casi di inadempienze verso gli statuti della Confraternita sono segnalati lungo tutto il XVIII secolo: ad esempio, nel 1719 il confratello Stefano Mascarino, escluso dalla Confraternita per non essere più intervenuto alle “ufficiature” da tre anni e per non avere pagato da due anni le due misure di grano annualmente dovute, supplica di poter essere riammesso; non sappiamo se fu perdonato, ma altri appartenenti alla stirpe riabilitarono l’onore familiare: l’anno successivo è infatti priore Giacomo Antonio Mascarino e circa un secolo dopo, nel 1824, un Bartolomeo Mascarino ricopre la prestigiosa carica ( per non parlare di Giuseppe (Meco) Mascarino, priore dal momento della rinascita della Confraternita nel 1995!). Il successo della Confraternita di S. Antonio o, più popolarmente, dei “Batì”, ebbe un progressivo incremento fino al nostro secolo, quando iniziò una vertiginosa caduta di adesioni: nel 1652 vi erano 50 Confratelli su di una popolazione di 285 persone; nel 1699 il rapporto fu 75 su 633; nel 1728 si era arrivati a 100 Confratelli; nel 1785 il rapporto era 130 su 700 (una cifra corrispondente a quasi tutti i capifamiglia). Nel 1927, quando la popolazione di Terzo aveva raggiunto la ragguardevole cifra di 1500 abitanti, vi erano ancora un priore, 12 consiglieri ed un numero imprecisato di Confratelli, che era comunque molto ridotto; in quello stesso anno si afferma che “si fa fatica per eleggere un priore”, soprattutto a causa dei pesanti oneri che impone Due anni dopo Da tale crisi i Battuti non si riprenderanno più e la loro posizione andò sempre più declinando nel dopoguerra, fino a scomparire del tutto. I Terzesi non più giovanissimi conservano però un vivo e positivo ricordo di questi gravi e pii penitenti, che hanno saputo trasmettere a figli e nipoti, gettando il seme per la rinascita della Confraternita.
Ma noi sappiamo bene che spesso quelle che appaiono semplici combinazioni corrispondono in realtà ai disegni della Provvidenza! Auguriamoci dunque che questa coincidenza non sia fortuita e vediamo piuttosto in essa una segno, un' indicazione della via da percorrere, degli impegni da prendere. Un edificio che da secoli ha rappresentato un punto di riferimento spirituale profondamente radicato nel cuore dei Terzesi è stato restaurato ed abbellito e nuovamente riaperto ai fedeli; dopo decenni di abbandono in esso si prega, si recitano vespro e compieta, si celebrano le funzioni, si amministra l' Eucarestia. Ed è proprio ai valori spirituali che dobbiamo e vogliamo soprattutto guardare rifondando Certo far rinascere antiche tradizioni, ritrovare costumi che si stanno perdendo è opera meritoria, serve a farci ritrovare le nostre radici più autentiche, a far emergere la nostra identità profonda. Tuttavia non è sufficiente: vestire una cappa bianca ed una mantellina nera durante una processione sarebbe soltanto una mascherata o, nel migliore dei casi, una suggestiva rievocazione storica, se non ne comprendessimo il significato autentico. Vestire un abito, anche in questo caso, vuol dire assumersi un impegno: si dice chiaramente a chi ci sta intorno quello che vogliamo essere e vogliamo fare. ![]() Questi compiti corrispondono, in fondo, agli impegni a cui tutti i cristiani sono chiamati, ma ci si riunisce per tentare di assolverli meglio, di ottenere un aiuto dagli altri, per essere più efficaci nella nostra azione. Oggi naturalmente esistono associazioni laicali che rispondono in modo più completo alla situazione ed ai bisogni attuali, danno un respiro più vasto all' attività dei singoli e fanno perno sulla diocesi, piuttosto che sulla parrocchia. E' importante entrarvi a far parte ed in esse impegnarsi. Tuttavia crediamo che vi sia uno spazio significativo anche per le Confraternite: uno spazio forse più ristretto, ma più intimo; in cui la vita di preghiera, l' approfondimento della fede, il servizio liturgico, la partecipazione ai funerali, l' attenzione alle necessità dei fratelli assumono una dimensione quasi familiare, il calore umano di un ambiente vissuto giorno per giorno. E come in una famiglia si vuole guardare al passato, ai "padri" che valori ed impegni ci hanno trasmesso: coscienti, comunque, che per raccoglierne l' eredità più preziosa non basta indossare i loro abiti. Che la loro preghiera ci sia di aiuto. |
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