Confraternita di San Nicolò
Tagliolo Monferrato (AL)

Autoreferenze          

Nel 1947 veniva ufficializzzato il trapasso dei diritti parrocchiali dalla chiesa della Ss. Annunciata di Tagliolo Monferrato alla chiesa di San Nicolò, pure di Tagliolo, da sempre sede della Confraternita omonima.
Era la conclusione di un processo che si era protratto almeno due secoli e per capirne lo svolgimento è necessario farne un poco la storia.
La prima parrocchiale di Tagliolo fu la chiesa dei Santi Vito, Modesto e Crescenzia martiri, dipendente dalla pieve di S. Maria in Prelio di Silvano d’Orba, diocesi di Tortona. Essa sorse probabilmente tra il sec. XI e il XII, sull’alto di una collinetta, quando la comunità locale era ancora per lo più dispersa in piccoli nuclei abitati.
Quando sul colle principale si sviluppò il borgo, attorno ad un maniero fortificato, la prima chiesa che venne eretta nel ricetto fu l’oratorio della Confraternita dei disciplinanti di San Nicolò. Non conosciamo l’epoca esatta del suo sorgere, ma nel 1576, quando monsignor Gerolamo Ragazzoni, vescovo di Bergamo, compì la sua Visita Apostolica in diocesi di Tortona, trovò la costruzione in stato deplorevole, tanto da richiedere immediati interventi di restauro, cosa che ci fa supporre che l’edificio potesse avere già diversi decenni di vita, tanto più che si trattava di una chiesa dotata di una amministrazione economica propria, che doveva però render conto al parroco dell’attività svolta e cui competeva la gestione di beni fondiari, come conferma un catasto nell’Archivio Comunale di Tagliolo databile anteriormente al 1567.
Quanto poi all’origine della Confraternita stessa, di necessità anteriore, e forse non poco, alla costruzione dell’edificio relativo, dal momento che si deve supporre un consistente sviluppo della comunità confraternitale prima di poterle attribuire un programma edilizio tanto impegnativo, penso si debba far riferimento alla dominazione genovese su Tagliolo, da porsi tra il sec. XIII e il XV, visto che l’intitolazione a San Nicolò ci conduce in area ligure, essendo il Santo particolarmente venerato nelle Riviere. Per altro il massimo fiorire delle iniziative confraternitarie si ebbe in Europa proprio nel XV secolo.
Ritornando a monsignor Ragazzoni, nel già citato anno 1576 egli visitava, oltre a San Vito e a San Nicolò, anche la nuova parrocchiale dell’Annunziata in costruzione nei pressi del castello, ormai a buon punto, tanto da prevederne la consacrazione entro due anni. Erano i tempi in cui la maggior parte dei paesi si provvedeva, se già non l’aveva fatto, di una parrocchiale posta all’interno del borgo, in luogo difeso, ed adibiva a chiesa cimiteriale la primitiva parrocchiale. E questo sarebbe stato anche il destino di San Vito.
Intorno alla metà del sec. XVIII i Tagliolesi cominciarono a lamentarsi con il vescovo di Tortona per difetti riscontrati all’utilizzo della parrocchiale: piccola e non ampliabile perché stretta tra castello, case e strade pubbliche, umida e oscura, con una sacrestia minuscola e un campanile troppo basso per poter sentire a distanza il suono delle campane e tale per volontà del feudatario, il quale anche, con il tempo, si era arrogato certi privilegi sentiti come “abusi”: una porta ad uso esclusivo della famiglia comitale, una tribuna collegata al castello con ponte aereo, un banco privato assai ingombrante nel presbiterio.
L’intervento del vescovo Andujar era stato drastico: sospensione delle funzioni nella parrocchiale fintanto che il feudatario non avesse dimostrato la legalità di quei suoi privilegi e trasferimento dell’attività in San Nicolò, mentre i confratelli si sarebbero spostati in San Benedetto, altra cappella edificata nel borgo basso. Era un breve intervallo, perché il vescovo Peiretti, cedendo alle suppliche della contessa, nel 1785 ripristinava lo stato precedente.
Con l’età giacobina e napoleonica ritornò il desiderio del trasferimento, che si attuò negli anni dal 1799 al mentre si costruiva un nuovo campanile, terminato nel1806, 1811 e destinato a raggiungere e superare l’altezza della torre del castello. Purtroppo la necessità di completare i lavori del campanile e di provvedere al riattamento dell’oratorio portarono il parroco a celebrare di nuovo nella chiesa dell’Annunciata e lì rimase quando la Restaurazione, da una parte, e il passaggio di Tagliolo dalla diocesi di Tortona a quella di Acqui, dall’altra, bloccarono tutte le velleità di emancipazione.
Si dovette giungere fino al 1947 per operare il trasferimento che, se fu positivo per la Parrocchia, forse lo fu meno per la Confraternita, nonostante gli impegni, per esempio di assicurarle una messa settimanale, assunti da una parte dal parroco e dall’altra dal feudatario.
Ma oggi che la Confraternita sta risorgendo non è il caso di rammaricarsi di qualcosa, semmai di notare la straordinaria solidarietà dei confratelli con la popolazione tutta dei fedeli, solidarietà che li ha portati a posporre il proprio interesse a quello della comunità. La rinuncia al proprio Oratorio, posto in posizione tanto felice, per assumere una sede indubbiamente più disagiata e condizionata, è testimonianza di una coscienza cristiana e civile veramente profonda.
Per quanto riguarda la storia specifica della Confraternita non abbiamo molte notizie, oltre a quelle date.
Sappiamo che nel 1622 su una popolazione di 750 anime, di cui solo 350 erano “da communione”, e trascurando quindi i bambini, i confratelli erano ben 125 e vi erano associati sia uomini sia donne, anche se naturalmente i primi avevano una forte prevalenza numerica. Essi gestivano, tra l’altro, un Monte di Pietà che distribuiva frumento ai poveri bisognosi dell’intera parrocchia e vigeva l’uso della confezione e distribuzione di “focaccie” il giorno di San Nicolò.
Nei primi anni del XX secolo i confratelli erano 97 e le consorelle 14; da allora si ebbe un lento declino, che raggiunse il minimo storico nel secondo dopoguerra, quando solo 5 o 6 confratelli continuarono a portare avanti una tradizione, che si manifestava con la partecipazione alle processioni parrocchiali vestiti con i tradizionali camici bianchi e “tabarini”, cioè mantelline, rossi, portando le “sergentine”, immagini del santo patrono in argento, i bastoni processionali e, ma solo talvolta, le Croci e il Crocifisso. 
Gli incoraggiamenti venuti di recente dalla Santa Sede e dalla Conferenza Episcopale di Verona stanno rivivificando la tradizione e rinnovando lo spirito dei vecchi e dei nuovi aderenti alla Confraternita tagliolese.
L’attuale Oratorio ha una sola navata, ma è piuttosto capiente. La facciata, a capanna, presenta un grande portale rettangolare, stipiti e trabeazione in pietra locale tagliata con una certa eleganza; della stessa pietra i cinque gradini arrotondati che consentono l’ingresso dalla piazzetta antistante. Nella parte più alta della facciata si aprono tre finestre strette fra loro quasi a formare una trifora: la centrale più alta e arrotondata. Per curiosità notiamo che lo stesso genere di finestre è presente sulle facciate di San Nicolò e di San Vito, quest’ultima fornita anche di due finestrine ai due lati del portale. Il grande vuoto intercorrente oggi tra il portale e le tre finestre era occupato un tempo da un affresco rappresentante ovviamente la Madonna, di cui ora rimangono lievi tracce dell’intonaco di base.
I cinque altari all’interno sono quelli già della parrocchiale. L’altare maggiore, assai semplice, è sormontato da un Crocifisso dalle linee anticheggianti; l’altare della Madonna del Rosario, a sinistra, presenta una statua in gesso e le tradizionali 15 formelle dei Misteri; l’altro altare a sinistra è dedicato alle Anime Purganti, al quale aderiva un tempo una Confraternita, ormai scomparsa, detta del Suffragio o dei Neri, sull’altare una tela ad olio molto annerita, come i quadri degli altri due altari di destra: quello dedicato dalla popolazione tagliolese a San Carlo in seguito ad un voto espresso in occasione della peste del 1630, e l’altare di San Filippo Neri, di pertinenza dei feudatari che vi avevano il diritto di sepoltura.
La Confraternita conserva un Crocifisso processionale di un certo spessore emozionale e due croci, sempre processionali, una nera con i canti a specchio ed una bianca con canti in metallo; possiede inoltre due “sergentine” d’argento con l’immagine di San Nicolò e tre bastoni processionali con le immagini argentate della Madonna del Rosario, di San Rocco e di San Carlo.
Oltre ai “tabarini” più recenti, ne sono conservati alcuni molto antichi, trapunti con filo d’oro, però in cattive condizioni e non più usati.

P. Piana Toniolo